Con il riacutizzarsi e il moltiplicarsi delle guerre, alcune a noi così vicine, si è aperta la corsa al riarmo quasi come unica soluzione dei conflitti, lei pensa che la logica della forza abbia preso il posto della logica del diritto, che sia finito il tempo delle organizzazioni multilaterali come l’ONU?
Viviamo il tempo del ritorno della guerra con un riarmo che parte da lontano come si è visto con la strategia seguita in Italia in maniera trasversale relativamente a Finmeccanica, ora Leonardo, 30% del capitale controllato dallo stato, che ha ceduto importanti settori civili a favore della filiera delle armi tanto che “la guerra mondiale a pezzi” ha trovato il nostro Paese tra i maggiori esportatori di sistemi d’arma su scala mondiale. La politica della forza si è affermata per la mancanza del ruolo dell’Europa distinto dal rigido atlantismo e per aver assecondato una gestione della fine della “guerra fredda” lontana dalla cooperazione immaginata da Gorbaciov. L’unica alternativa alla politica del riarmo che alimenta una dinamica incontrollabile è possibile con il ritorno allo spirito della sicurezza comune proposta nella Conferenza di Helsinki del 1975 da esponenti lungimiranti come Olof Palme e Aldo Moro. Altrimenti l’Europa sarà ridotta ad “un porcospino d’acciaio” che richiederà un riarmo costante a discapito delle spese sociali.
Sempre a proposito di armi, da una parte si torna a parlare di nucleare come deterrente in questo clima di paura e di insicurezza e dall’altra si minaccia l’uso dell’arma nucleare per mostrare i muscoli al nemico. Lei cosa ne pensa delle armi nucleari?
Dal 6 agosto 1945 l’umanità è entrata nell’era della sua possibile autodistruzione. Aver creduto per decenni a tali mezzi micidiali come garanzia di pace in forza del terrore reciproco vuol dire aver confidato nella pretesa razionalità dei decisori politici. Solo il caso o la Provvidenza, secondo alcuni, può spiegare il fatto che l’umanità non si sia annientata. Il colonnello sovietico Petrov nel 1983 decise di non seguire le regole di ingaggio ricevute di rispondere a quello che appariva un attacco nucleare statunitense. Come si comporterà l’algoritmo delle nuove armi? L’illusione recente di poter aver uno scudo così efficace da assestare il primo colpo, restando impuniti, pone i detentori dell’arma nucleare nelle condizioni simili a quelle di chi lanciò le bombe su Hiroshima e Nagasaki. Tali armi vanno abolite come prevede il Trattato Onu del 2017 sostenuto dalla Santa Sede che promuove la necessità del dialogo. Siamo sul crinale apocalittico della Storia come ci ha detto La Pira.
Le guerre sono tutte uguali? Il discorso è certo molto ampio ma la domanda è giustificata: seguiamo tutto sulla guerra in Ucraina o a Gaza ma cosa sappiamo, per esempio, della guerra in Sudan o nella Rep. Dem. del Congo o di altre guerre che passano sotto silenzio?
Lo scudo mediatico del silenzio da parte dei maggiori mezzi di informazione si stende sugli interessi innominabili che muovono le strategie delle guerre. Il Sudan, ad esempio, è al centro di una contesa per il controllo dell’oro, e di altri minerali rari, con gravi responsabilità di Paesi esterni che forniscono armi per il massacro della popolazione civile, così come avviene nella regione del Kivu della Repubblica democratica del Congo. Ma il problema si pone con la domanda inevitabile sull’effetto della conoscenza, ormai possibile nell’era del web, di fatti ed eventi rimossi nell’agenda prevalente. “Vedere” serve a poco se poi non induce a cercare di “comprendere” quello che accade e a smuovere le coscienze per “agire” sulle cause dell’ingiustizia. L’indignazione, da sola, conduce ad un senso di impotenza che è la vera tentazione del nostro tempo, come ha detto Leone XIV rivolgendosi agli abitanti di Lampedusa perché si interiorizza la resa verso il destino deciso da chi ha potere.

